"Perchè Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna."
Giovanni 3:16

Galeazzo Caracciolo. Luminoso esempio di coerenza

imagesGaleazzo Caracciolo apparteneva ad un’antica famiglia che ha dato a Napoli e all’Italia personaggi illustri, ecclesiastici, condottieri, uomini di Stato. Il più famoso fu l’ammiraglio Francesco Caracciolo, che, avendo aderito alla Repubblica Napoletana, che si ispirava alla Rivoluzione Francese, nel 1799 fu arrestato dal generale inglese Nelson ed impiccato. Noto è anche il pittore Giovanni Battista Caracciolo, detto il Battistello. Ma di Galeazzo Caracciolo non dice nulla la maggior parte delle enciclopedie – forse per la sua presa di posizione contro la Chiesa Cattolica.

Il padre di Galeazzo, Colantonio Caracciolo, marchese di Vico, era riuscito a dare alla sua famiglia una notevole posizione sia politica che economica. Da sempre filospagnolo, Colantonio era nelle grazie dell’imperatore Carlo V, ed aveva accumulato un ingente patrimonio. Nato nel 1517, Galeazzo, unico figlio maschio del marchese, fu oggetto dei suoi sogni più ambiziosi e delle sue più rosee speranze. Difatti, tanto per cominciare, Galeazzo ebbe un posto nella corte di Carlo V, che lo nominò “gentiluomo della bocca” o “maggiordomo della settimana”, con il compito di servire l’imperatore a mensa, di accompagnarlo in chiesa e nelle altre funzioni religiose. Questo servizio però era intermittente e Galeazzo poteva soggiornare a Napoli anche per lunghi periodi di tempo.

Durante uno di questi periodi di “vacanza”, Galeazzo sposò nel 1537 Vittoria Carafa, figlia di Ottaviano, dei duchi di Nocera. Sebbene il loro fosse un matrimonio “combinato”, i due sposi si amavano davvero ed intensamente. Ebbero ben sei figli, quattro maschi e due femmine, e la loro vita familiare era molto felice.

Intanto, nel napoletano, come in tutta Italia, si andavano sempre più diffondendo idee provenienti dal nord Europa, idee che parlavano della necessità di una radicale riforma della Chiesa e che mettevano in discussione buona parte del Cattolicesimo Romano. Famosa era la cerchia di simpatizzanti della Riforma, il cui capo carismatico era Juan de Valdès.

Uno dei primi discepoli del Valdès fu Gianfrancesco Alois, parente di Galeazzo Caracciolo – in seguito condannato dall’inquisizione come eretico, fu bruciato vivo in Piazza del Mercato a Napoli. Fu lui che per primo “evangelizzò” Galeazzo. Ma a farlo decidere a far parte del Movimento Valdesiano fu un sermone di Fra Pietro Martire Vermigli, che negli anni 1540 e 1541 predicava nella Chiesa di S. Pietro ad Aram, tuttora esistente a Napoli – in seguito, il Vermigli, convertitosi, lasciò la Chiesa Cattolica e si rifugiò all’estero per non incappare nell’inquisizione. La notizia della conversione di Galeazzo si sparse ben presto tra i simpatizzanti Valdesiani, che ovviamente ne furono entusiasti.

Galeazzo, però, andò molto oltre la posizione dei Valdesiani, in quanto decise di aderire apertamente alla Riforma, ritenendo incoerente e compromissoria quella dei Valdesisani, che ufficialmente rimanevano nella Chiesa Cattolica, pur non condividendone tante dottrine. Conseguentemente il 21 marzo 1551 lasciò Napoli col pretesto di dover prestare servizio alla corte dell’imperatore. Alcuni Valdesiani lo seguirono, ma alla frontiera cambiarono idea e tornarono indietro. Anche Galeazzo ebbe un momento di esitazione dovuto al dolore causato soprattutto dal distacco dalla sua diletta moglie e dai figli, ed ora dalla diserzione dei suoi amici. Ma un provvidenziale episodio sbloccò la situazione. Avendo esposto i suoi pensieri in fatto di religione a Cesare Carafa, suo amico napoletano, questo discorso fu riportato a Carlo V, che decise di mettere sia il Carafa che il Caracciolo agli arresti domiciliari. Il Carafa si sottomise agli ordini, ma Galeazzo, avvistato in tempo, riuscì a fuggire. Questo gesto fece subito di lui un fuorilegge.

Non conosciamo con esattezza l’itinerario seguito dal Caracciolo, ma sappiamo per certo che si rifugiò a Ginevra, che a quell’epoca era un città, “riformata” sotto la guida di Calvino.

Il Caracciolo era sconosciuto a Ginevra, ma ben presto tutti si resero conto della sua alta spiritualità cristiana, della sua serietà e coerenza di costumi con la propria fede. Così Galeazzo guadagnò ben presto la massima stima dello stesso Calvino.

Ma la sua fede fu più volte messa a dura prova. Difatti gli fu mandato dalla famiglia un cugino, un certo Ferrante, per persuaderlo a tornare a Napoli e a rinunciare a quella “eresia”. E Ferrante ne aveva di argomenti a favore della sua tesi – soprattutto la rovina della sua famiglia, che era stata privata, per colpa sua, di tutti i suoi feudi ed ora versava in gravi difficoltà economiche. Avrebbe dovuto pensare anche al dolore e alla costernazione, per quella sua scelta, della famiglia, privata della sua presenza e del suo affetto ed aiuto, ma anche di tutta la nobiltà napoletana. Tutto però fu inutile: Galeazzo fu irremovibile, sebbene il suo cuore sanguinasse al pensiero delle difficoltà effettive causate alla sua famiglia.

Un secondo tentativo di riconciliazione fu fatto dallo stesso padre di Galeazzo, Colantonio, che riuscì ad incontrare il figlio a Verona, dove questi era giunto con un salvacondotto della Repubblica di Venezia procuratogli dal padre. Ma anche questo colloquio non sortì l’effetto voluto da Colantonio: il figlio non aveva nessuna intenzione di scendere a compromessi. Il padre, che voleva farsi ricevere dall’imperatore, ottenne solo questo: che Galeazzo restasse a Verona fin dopo il suo colloquio con Carlo V.

Colantonio Galeazzo ebbe difatti un incontro con l’imperatore, che, tenendo conto della sua fedeltà alla corona, fece sì che i feudi ed i beni della famiglia non fossero confiscati. Così, appena Galeazzo apprese questa buona notizia, decise di tornare subito a Ginevra, sebbene non poche persone cercassero di dissuaderlo.

Intanto era stato eletto Papa il Cardinale Giampiero Carafa, che prese il nome di Paolo IV ed era un prozio di Galeazzo. Paolo IV promosse ancor più la persecuzione contro gli “eretici”. In tal clima, il padre di Galeazzo riuscì ad incontrare di nuovo il figlio a Mantova. In tale occasione Colantonio gli disse che il Papa gli concedeva di vivere in una qualsiasi città dello Stato di Venezia, dove avrebbe potuto liberalmente professare la sua fede senza essere molestato dall’Inquisizione. Lì sarebbe stato raggiunto dalla moglie e dai figli, che acconsentivano a vivere con lui. Ma Galeazzo non accettò, perché, così facendo, avrebbe accettato un favore dal Papa, che egli considerava guidato dallo spirito dell’Anticristo. Inoltre, sapeva bene che, secondo la morale egli inquisitori, nessuno si poteva sentir obbligato a mantenere fede alle promesse fatte ad “eretici”.

Questa presa di posizione, se fu riprovata come fanatica da non pochi, lo fece stimare ancor più da Calvino e dai credenti di Ginevra. E, fatto davvero straordinario, fu perfino coniata una medaglia in suo onore: da un lato appare l’unica immagine di Galeazzo che possediamo, con il suo nome e titolo nobiliare scritti in latino; nell’altro è citato,m sempre in latino, il Salmo 84:10b, “Io preferirei stare sulla soglia della casa del mio Dio, che abitare nelle tende degli empi” – un passo che ben si confà alla spiritualità del Caracciolo, improntata alla più rigorosa coerenza.

Tale coerenza, però, fu ancora una volta messa a dura prova. Infatti sua moglie Vittoria, con cui Galeazzo avrebbe voluto riconciliarsi, gli propose un incontro sull’isola di Lesina, allora appartenente alla Dalmazia, e che si trovava no lontano dal castello di Vico feudo dei Caracciolo ed allora appartenente al Regione di Napoli. Tuttavia per due volte Vittoria non venne all’appuntamento, forse perché sconsigliata dai preti, dato che si sarebbe trovata da sola con un”eretico”. Galeazzo allora prese l’audace decisione di andare lui stesso nel castello di Vico, dove incontrò la moglie ed i figli che, gioiosi, pensavano che il marito e padre avesse deciso di tornare da loro.

Lo scopo di Galeazzo era però soltanto quello di persuadere la moglie ed i figli a seguirlo a Ginevra. Vittoria rifiutò, perché non sarebbe mai vissuta in terra di “eretici”. Perciò Galeazzo per quanto affranto da tale decisione, lasciò definitivamente la propria famiglia. In seguito, dopo che il suo caso fu esaminato dalle autorità evangeliche svizzere, ottenne il divorzio e si risposò. Ovviamente il tutto avvenne in base a I Corinzi 7: 12-16, particolarmente il vs. 15: “Però, se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella (nella fede) non sono obbligati…”.

La seconda moglie di Galeazzo fu Anna Framèry, una vedova, con la quale ebbe una perfetta comunione. Pur non esercitando un ministero specifico, il Caracciolo si occupò soprattutto della chiesa italiana di Ginevra, allora molto numerosa. Era “seniore” nel Collegio della Comunità, ma spesso ebbe incarichi riguardanti la chiesa ginevrina in generale. Galeazzo Caracciolo morì il 7 maggio 1586 all’età di 69 anni, affetto da malattia polmonare. Sua moglie morì un anno dopo.

Ecco, dunque, un luminoso esempio di coerenza, e son certo che, se fosse stato necessario, Galeazzo Caracciolo avrebbe dato anche la sua virta per rimanere fedele al Vangelo, la cui essenza è costituita dall’opera redentrice di Gesù Cristo.

Perfino nell’ambito dei “laici”, come oggi si suol dire, cioè di non credenti o agnostici, Galeazzo ebbe qualche ammiratore, che fu nientemeno che il famoso filosofo Benedetto Croce che gli dedicò un lungo capitolo del suo interessante libro dal titolo significativo: “Vite di avventure di fede e di passione” (ed. Adelphi, Milano 1989, pp. 199-291). Sebbene lo stile sia quello proprio dello storico, che cerca di riferire i fatti con oggettività, non si può non percepire, in quelle pagine, l’implicita ammirazione da parte del filosofo, che pur non condividendo la fede del Caracciolo, lo stimava come cristiano, che non era mai sceso a compromessi con quello che riteneva errore e quindi contrario all’Evangelo. Ma, a maggior ragione noi Cristiani, circondati come siamo “da una così grande schiera di testimoni” dobbiamo correre con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su GesùColui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:1-2).

Una risorsa in più: La vita di Galeazzo Caracciolo, Nicolò Balbani, Edizioni Passaggio.

Edoardo Labanchi è un teologo evangelico laureato anche in Filosofia e Pedagogia. È stato professore a contratto nelle Università di Siena e Chieti, dove ha tenuto corsi su vari argomenti riguardanti l’Ebraismo ed il Cristianesimo. Da quasi venti anni dirige anche il Centro Studi Teologici, che pubblica la Rivista teologica “Riflessioni” ed i “Quaderni” o saggi per lo più riguardanti i movimenti filosofico-religiosi presenti oggi anche in Italia ed esaminati alla luce della Parola di Dio, e gestisce Corsi Biblici per Corrispondenza a vari livelli. È autore di diversi libri tra i quali: “Oltre la religione – l’essenza del Cristianesimo secondo la Bibbia” (ed. GBU), “Marianesimo o Cristianesimo?” (ed. Ricchezze di Grazia), ora tradotto anche in croato e ''Un uomo in fuga. Autobiografia spirituale di Edorado Labanchi'' (BE Edizioni). Il Dr. Labanchi vive a Grosseto con la moglie Carmen, sua segretaria e stretta collaboratrice in tutte le sue attività.

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